No alla melassa buonista
Maggio 16, 2008
Uno stralcio tratto da un articolo de La Stampa
Si fa presto a parlare di integrazione. E’ facile fantasticare su un quartiere multiculturale. La decisione del Comune di Torino di contribuire a pagare una parte dell’affitto alle famiglie di nomadi che scelgono di vivere in un alloggio va in questa direzione. Una scelta giusta? La realtà racconta di una convivenza difficile, difficilissima…«è impossibile convivere con bambini che fanno la pipì dal balcone e decine di famigliari che usano il cortile come bivacco».
Consiglio la lettura dell’intero articolo, per rendersi conto di quanto sta accadendo.
Intanto una breve riflessione, non certo politically correct ma estremamente antipatica. Temo proprio anch’io che sia impossibile, per una persona mediamente civile anche se non dotata di larghi mezzi economici, convivere nello stesso condominio con gente che urina dai balconi. Temo anche che i buonisti di professione, e gli utopisti che favoleggiano di magnifiche integrazioni nel Paradiso Terrestre della società futura, sarebbero i primi a non tollerare getti di urina provenienti dai balconi, o cortili ridotti a squallidi bivacchi.
Infatti né il dotto Diliberto, né il gentiluomo Bertinotti con l’erre moscia e i calzini firmati, né Fassino, né Veltroni, nè D’Alema, né Rutelli ricevono, sulle loro sacre teste, pipì calda di giornata. Essendo un rischio che non corrono e che soprattutto non vogliono in alcun modo correre, preferiscono addossarlo agli altri. Con l’esito elettorale che tutti conosciamo, ma questo è un dettaglio.
Mi permetto un’ulteriore osservazione: io non sono un’elettrice di Berlusconi né della Lega. Pertanto sarebbe inutile ogni commento volto a farmi passare per una sostenitrice della destra.
Sono semplicemente una sostenitrice della realtà e del buon senso.
Giustizia fai-da-te
Maggio 16, 2008Luca Ricolfi ha pubblicato, su La Stampa, un articolo riguardante il problema della criminalità. Nell’articolo mette in luce i rischi inevitabilmente connessi a una giustizia-fai-da-te, ma, invece di addossare le colpe di questo desiderio di giustizia ai cittadini, spiega quelli che, a suo parere, sono i concreti motivi che li hanno condotti all’esasperazione, sottolineando le ipocrisie di parte del mondo politico a riguardo, e suggerendo alcune concrete soluzioni.
Giustizia fai-da-te
Polizia costretta a intervenire a Napoli per evitare il linciaggio di una rom sospettata di aver tentato di rapire una bambina. Baracche (fortunatamente vuote) di un campo rom incendiate nel quartiere Ponticelli di Napoli. Molotov contro un altro campo nomadi a Novara. Ronde di ogni specie e colore che sorgono un po’ dappertutto per proteggere i cittadini da ladri e malviventi. È bastato che il centro-destra vincesse le elezioni, e il clima del Paese è cambiato quasi all’istante. Anziché aspettare il varo dei provvedimenti del governo, molti sembrano aver deciso di fare da sé. Né si può dire che a questo spirito vagamente autoreferenziale si sottragga completamente il governo stesso, almeno a giudicare dal semplicismo di varie ricette di cui si sente parlare in questi giorni.
Non sono buone notizie, perché la giustizia «fai da te» non risolve i problemi, è pericolosa, spesso porta con sé abusi, prevaricazioni, vendette private, in breve genera altra ingiustizia. Ma proprio perché è una strada sbagliata, dobbiamo capire che cosa la alimenta. Il modo migliore per farlo, a mio parere, è leggersi Non sulle mie scale (ed. Donzelli 2001), un piccolo libro in cui Italo Fontana, psicoanalista torinese, racconta come, alla fine degli Anni 90, la vita della sua famiglia sia stata devastata da una doppia calamità: l’installarsi di decine di criminali immigrati nelle soffitte del suo condominio, e la completa sordità delle istituzioni cittadine.
Perché è utile leggere o rileggere quel testo? Perché vi si trova una spiegazione profonda di quanto sia difficile, per chi crede nella legalità, nella democrazia, nella solidarietà, nella libertà individuale, mantenere nel tempo l’animo sereno e la mente aperta, senza farsi prendere dalle peggiori pulsioni. Il cocktail micidiale, che richiede sforzi disumani per non esplodere, è fatto di tre ingredienti:
a)la scoperta che molti immigrati clandestini non sono poveretti alla ricerca di un lavoro dignitoso ma persone arroganti, prepotenti, violente;
b)la scoperta che le attività criminali e i luoghi del loro esercizio sono perfettamente noti alle autorità;
c)la scoperta che, anche di fronte alle vessazioni più drammatiche, le autorità non intervengono e non rispondono, opponendo il classico «muro di gomma».
Se ci riflettiamo un attimo, non è difficile rendersi conto che i tre ingredienti sono tutti presenti nella situazione attuale. I cittadini sono esasperati perché le attività criminali si svolgono sotto i loro occhi, perché si sa perfettamente dove si spaccia, dove si arruolano manovali in nero, dove si viene derubati, dove non si può camminare senza pericolo, ma si sa pure che - per i motivi più diversi - le istituzioni non interverranno.
Le istituzioni talora non intervengono perché le leggi non glielo consentono, e da questo punto di vista non si può che augurare al nuovo governo di riuscire a cambiare le norme che impediscono di perseguire efficacemente il crimine. Ma nella maggior parte dei casi le istituzioni non intervengono per due altri ordini di motivi, che ben poco hanno a che fare con le leggi. Il primo è l’inerzia amministrativa, ossia l’incapacità di capire che la libertà di espressione diventa una presa in giro se non c’è anche il diritto dei cittadini a ottenere risposte. Il secondo è la mancanza di risorse organizzative, fisiche, materiali: personale, uffici efficienti, banche dati, processi rapidi, carceri all’altezza di un paese civile. Il rischio, in questo momento, è che il governo si illuda che l’azione chiave sia l’inasprimento delle pene. Non è così: se c’è un risultato solido della ricerca empirica sulla devianza è che la gravità delle pene ha un effetto deterrente minimo, mentre ne ha uno molto più incisivo la probabilità di essere condannati, catturati o anche semplicemente disturbati. Ciò è tanto più vero in una situazione in cui è noto a tutti, e in primis ai criminali, che in Italia le pene sono e resteranno ancora a lungo puramente virtuali, visto che la magistratura è ingolfata di pratiche e mancano almeno 30 mila posti nelle carceri. È per questo che il nostro Paese è diventato la mecca del crimine.
Ecco perché oggi, con la gente che tende ad autorganizzarsi, la capacità delle istituzioni di «esserci» diventa la variabile fondamentale. Ma esserci come?
In attesa che i processi diventino più brevi e l’edilizia carceraria faccia il suo corso, a me pare che le uniche strade che possono dare risultati immediati siano il ripristino del controllo del territorio (non solo nelle regioni di mafia, ma anche in tante aree del Nord) e una massiccia opera di interferenza negli affari illegali della criminalità, dalla chiusura di attività al sequestro di beni alla confisca di patrimoni. Senza questa nuova visibilità dello Stato e delle istituzioni temo che il cambiamento delle leggi darà ben pochi risultati, e la «giustizia fai da te» verrà sempre più percepita come l’unica strada percorribile. Perché la «giustizia fai da te», come la mafia, prospera dove lo Stato si ritira o non fa il suo dovere. Abbiamo già un primo Stato, quello legale, e un secondo Stato, la criminalità mafiosa. Forse non è il caso di preparare le condizioni che potrebbero far sorgere il terzo Stato, quello dei cittadini esasperati.
Luca Ricolfi
Questione di “carattere”
Maggio 14, 2008Uno stralcio da “I complici”
Maggio 14, 2008
Tratto dal Corriere on line.
Dal libro I complici, Fazi Editore, 2007
«Enrico tu sai da dove vengo e che cosa ero con tuo padre… Io sono mafioso come tuo padre, perché con tuo padre me ne andavo a cercare i voti vicino a Villalba da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga… Ora (lui) non c’è (più), ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso…». Una frase del genere, anche loro che per lavoro erano abituati ad ascoltare ogni giorno ore e ore d’intercettazioni, non l’avevano mai sentita. Sembravano le parole di un film. Dentro c’era tutto: la minaccia - «io sono mafioso» - il ricatto - «lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso» - i riferimenti ai capi storici di Cosa Nostra - Turiddu Malta, capofamiglia liberato dal carcere nel ’43 dagli americani - e la politica. Sì, la politica. Quella con la P maiuscola, perché Enrico era il figlio del senatore fanfaniano Giuseppe La Loggia: era Enrico La Loggia, dal 1996 al 2001 capogruppo di Forza Italia al Senato e poi ministro degli Affari Regionali nel governo Berlusconi.
IL BOSS DI VILLABATE - Ma a pronunciare quelle parole non era stato un attore: a scandirle con voce forte e chiara era stato, appena un mese prima di finire in manette, l’avvocato Nino Mandalà. È il 4 maggio 1998. Quel giorno il boss di Villabate sale, verso le 11 del mattino, sulla Mercedes turbodiesel di un uomo d’onore grande e grosso, dalla folta barba scura. È l’auto di Simone Castello, l’imprenditore che, fin dagli anni Ottanta, per conto di Provenzano recapita i suoi pizzini in tutta la Sicilia. I carabinieri l’hanno imbottita di microspie perché sanno che parlare con Castello significa parlare direttamente con l’ultimo Padrino. Mandalà è su di giri. Le elezioni amministrative sono alle porte, nel direttivo provinciale di Forza Italia di cui fa parte c’è fermento, le riunioni per preparare la lista dei candidati si succedono alle riunioni. Gaspare Giudice lo ha consultato per trovare un uomo da presentare per la corsa al consiglio provinciale a Misilmeri, un paesino a pochi chilometri da Villabate.
SCHIFANI - Lui gli ha fornito un nome: all’ultimo momento però l’accordo è saltato, perché Renato Schifani, neoeletto senatore nel collegio di Corleone, «ha preteso, giustamente, che il candidato di Misilmeri alla provincia fosse suo, visto che Gaspare Giudice ne aveva già quattro», spiega Nino a Simone. (…) La sua prima piccola rivincita, Nino, se l’è comunque già presa. Il candidato proposto da Schifani si è presentato in paese ma è stato respinto in malo modo. Ridendo, Mandalà racconta di avergli detto a brutto muso: «Caro mio io non do indicazioni a nessuno, non mi carico nessuno, Misilmeri non è Villabate, è inutile che vieni da me. Di voti qui non ce n’è per nessuno…». La dura reazione del capomafia ha preoccupato i vertici di Forza Italia, tanto che Gaspare Giudice lo ha immediatamente chiamato: «Mi ha telefonato dicendo che stamattina a casa di Enrico La Loggia c’è stata una riunione. (C’erano) La Loggia, Schifani, Giovanni Mercadante (l’allora capogruppo di Forza Italia in Comune a Palermo, arrestato per mafia nel 2006) e Dore Misuraca, l’assessore regionale agli Enti Locali. (Giudice mi ha raccontato che) Schifani disse a La Loggia: «Senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perché ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere più piede… e quindi c’è la possibilità di recuperare Mandalà, telefonagli…». Il mafioso è quasi divertito. Tanta confusione intorno al suo nome in fondo lo fa sentire importante. Alzare la voce con i politici è sempre un sistema che funziona. E, secondo lui, anche Renato Schifani ne sa qualcosa. Dice Mandalà: «Simone, hai presente che Schifani, attraverso questo (il candidato di Misilmeri)… aveva chiesto di avere un incontro con me, se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che io, una volta, l’ho fatto piangere?».
LA CONSULENZA - Mandalà (…) torna con la mente al 1995, l’anno in cui suo figlio Nicola era stato arrestato per la prima volta. Accusa La Loggia di averlo lasciato solo, di averlo «completamente abbandonato», forse nel timore che qualcuno scoprisse un segreto a quel punto divenuto inconfessabile: lui e Nino Mandalà non solo si conoscevano fin da bambini, ma per anni erano anche stati soci, avevano lavorato fianco a fianco in un’agenzia di brokeraggio assicurativo (…). Il portaordini di Provenzano cerca d’interromperlo, sembra voler tentare di calmarlo: «Va bene, magari è il presidente (dei senatori di Forza Italia e non si può esporre)…». «D’accordo, però, dico, in una situazione come questa… Dio mio mandami un messaggio. (Poteva farlo attraverso) ’sto cornuto di Schifani che (allora) non era (ancora senatore), (ma faceva) l’esperto (il consulente in materie urbanistiche) qua al Comune di Villabate a 54 milioni (di lire) l’anno. Me lo aveva mandato (proprio) il signor La Loggia».
LA LOGGIA - «Poi, un giorno, dopo la scarcerazione di Nicola, (io e La Loggia) ci siamo incontrati a un congresso di Forza Italia. Lui mi dice: “Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio…”. Gli ho detto: “Senti una cosa, tu mi devi fare la cortesia, pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola”. Lui si è messo a piangere, si è messo a piangere, ma non si è messo a piangere perché era mortificato, si è messo a piangere per la paura. Siccome gli ho detto “ora lo racconto che tuo padre veniva a raccogliere con me daTuriddu Malta”, e l’ho fatto proprio per farlo spaventare, per impaurirlo, per fargli male, ’sto cretino, minchia, ha pensato che io andassi veramente a fare una cosa del genere. Vedi quanto è cornuto e senza onore…».
Peter Gomez
Lirio Abbate
Il fattore incompetenza
Maggio 13, 2008
Ogni volta che si forma un governo, si assiste impotenti alla nomina di non pochi ministri le cui competenze professionali, quando esistono, non hanno nulla a che fare con il ministero cui vengono destinati.
Ciò è sempre avvenuto, ovviamente, e gli esempi che si potrebbero fare a riguardo sono numerosi, ma siccome adesso il governo in carica è quello di Berlusconi dobbiamo necessariamente concentrarci su di esso. Del resto sarebbe inutile tentare di giustificare certe scelte del nuovo governo chiamando in causa le scelte infelici dei vari predecessori: ogni parte politica, infatti, deve assumersi le proprie responsabilità, soprattutto perché nessuno è necessariamente obbligato a ripetere gli errori o le cattive abitudini degli altri.
Pubblico a tale riguardo un articolo di Giovanni Sartori, comparso il 10 maggio sul Corriere.
Il fattore incompetenza
Parecchi italiani tornano a sperare. I partitini sono stati spazzati via, la squadra di governo è stata messa assieme in pochi giorni, e il cosiddetto Berlusconi IV durerà, si prevede, cinque anni. Tutto bello e bene. Ma ci sono anche cose che non vanno bene. E l’ aspetto che mi colpisce di più del nuovo governo è la quasi totale e abissale incompetenza (impreparazione, inesperienza) dei suoi componenti. Salvo pochissime eccezioni (Tremonti, Sacconi, Brunetta) l’incompetenza regna sovrana. Si dirà che è sempre stato così sin da quando la Dc inventò il manuale Cencelli per la spartizione dei posti di governo. Però proprio così no. Ai tempi del dominio Dc non c’era alternanza. Inoltre vigeva la convenzione dei governi «brevi». Pertanto il potere veniva spartito in rapida rotazione pescando sempre nella stessa nomenklatura. Il che consentiva a tutti di tornare più volte al potere, e così finiva che molti tornassero a ministeri che avevano già guidato. La competenza valeva poco anche allora; ma la prassi finiva per produrre ministri che si erano man mano addestrati.
Oggi non è più così. E il manuale Cancelli è testé stato perfezionato dal manuale Verdini (un sistema di punteggio per le posizioni di potere che determina i posti assegnati a Fi, An e Lega). Senza contare che se uno sbaglia una volta e poi continua a malfare cento volte, alla fine il danno è centuplicato. Difatti è per questo che oggi siamo, nell’ Occidente, quasi in fondo in quasi tutte le graduatorie. Facciamo qualche esempio. I ministeri particolarmente importanti e difficili sono oggi Interni (Maroni), Riforme (Bossi), Giustizia (Angelino Alfano), Istruzione (Mariastella Gelmini), Ambiente (Prestigiacomo). Mi soffermo su quest’ ultimo. Il ministero dell’ Ambiente esiste da tempo, ma nessuno se ne è accorto. Pecoraro Scanio, il ministro uscente, verrà ricordato per aver bloccato i termovalorizzatori a Napoli; e il suo predecessore Altero Matteoli (oggi alle Infrastrutture) non lascia alcun ricordo: è un eolico, va dove il vento lo porta. Il fatto è che i nostri ambientalisti difendono soltanto il territorio (e neanche tanto: i nostri boschi bruciano ogni anno senza che i Verdi si scuotano granché), bellamente ignorando i problemi globali dell’ ecologia: inquinamento di terra e cielo, riscaldamento della terra, modificazione del clima, eccetera. Anche se abbiamo sottoscritto gli accordi di Kyoto, le nostre emissioni di gas inquinanti continuano a crescere. Ed ecco che all’ Ambiente va Stefania Prestigiacomo, senza dubbio qualificata in bellezza ma non in ecologia. Sono anche a qualificazione zero il ministro della Giustizia Alfano e il Ministro dell’ Istruzione, una leggiadra ma ignotissima Mariastella Gelmini (34 anni, coordinatrice regionale di FI in Lombardia). E così via. Non mi posso dilungare. Ma sono pronto a scommettere che se all’ attuale squadra del governo Berlusconi venissero affidate Mediaset, Fiat, Eni, Luxottica e simili, in pochissimo tempo diventerebbero altrettante Alitalia.
Il Cavaliere si vanta di essere un imprenditore. Perché non ci spiega, allora, come mai applica all’ azienda Italia criteri di reclutamento che certo non applicherebbe alle sue aziende?
Giovanni Sartori
Il caso Travaglio-Schifani
Maggio 12, 2008
La polemica scatenatasi dopo le dichiarazioni di Marco Travaglio a proposito di Renato Schifani, durante il programma televisivo Che tempo che fa, è ormai nota a tutti.
In realtà, nella trasmissione condotta da Fazio, Travaglio non ha affermato nulla di nuovo, ma ha ripetuto ciò che ha scritto altrove, notizie che peraltro circolano liberamente sul web e si trovano persino su Wikipedia: nel 1979, Renato Schifani fu uno dei fondatori della società Siculabrokers, in cui ricoprì anche il ruolo di amministratore. Tra i soci di questa società, figuravano l’ex ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, Benny D’Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. L’imprenditore Benny D’Agostino è stato successivamente condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e Mandalà è stato poi imputato per mafia.
La polemica è sorta perché ovviamente Travaglio ha ripetuto questi dati, noti a molti blogger, in televisione e in prima serata, e ha anche fatto una battuta un po’ forte nei confronti del Presidente del Senato, paragonandolo a una muffa. Quello che colpisce, al di là di tutte le dichiarazioni di rito, è che nessuno di coloro che ora si agitano tanto, chiedendo scusa per l’incidente, si sia domandato se quanto affermato e scritto da Travaglio corrisponda o meno a verità.
Naturalmente le critiche a Travaglio sono state bipartisan, perché anche la Finocchiaro (Pd) si è duramente scagliata contro il giornalista torinese. Soltanto Di Pietro ha difeso pubblicamente e senza incertezze Travaglio, in un post pubblicato sul suo sito. Eccone un breve stralcio:
allora mi domando e domando: ma un giornalista che rivela circostanze sconosciute alla maggioranza dei cittadini adempie al proprio dovere di cronaca e di critica o no? Se Schifani risulta essere stato socio di persone di malaffare, allora il presidente del Senato, proprio per l’alta carica che ricopre ne spieghi le ragioni o contesti i fatti. E’ un suo dovere morale.
Lascio qui il video con le parole di Travaglio a proposito di Schifani, in modo che ciascuno possa giudicare da sé, liberamente. Il video dura poco più di otto minuti.
AGGIORNAMENTO ORE 20 e 10
Tratto dal Corriere on line
SCHIFANI QUERELA - Il presidente del Senato Renato Schifani ha dato mandato ai suoi avvocati per agire giudizialmente nei confronti «delle affermazioni calunniose rese nei giorni scorsi nei riguardi della sua persona». È quanto afferma una nota dell’ufficio stampa del Senato. «Sarà quella la sede in cui, da una puntuale ricostruzione dei fatti, la magistratura potrà stabilire le responsabilità di coloro che hanno dato luogo ad un’azione altamente diffamatoria - conclude la nota - nei riguardi del Presidente del Senato»
A noi non resta che seguire l’esito della vicenda.
Un’intervista a Gian Antonio Stella
Maggio 9, 2008Ecco un’interessante intervista fatta a Gian Antonio Stella, il noto giornalista autore de La Casta, insieme a Sergio Rizzo, e di un nuovo libro dal titolo La deriva: perché l’Italia rischia il naufragio.
Il sindaco di Salerno e il Pd
Maggio 8, 2008
Il sindaco di Salerno è un esponente del Pd. Ma ha il coraggio di riconoscere i limiti del centrosinistra e gli errori commessi nella gestione del problema della sicurezza. Un uomo concreto, dunque, che rifiuta esplicitamente ogni astrattismo.
Riporto qui interamente l’articolo di Federico Geremicca comparso su La Stampa e riguardante appunto il modo di operare del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca.
“Sveglia Pd, la repressione dei crimini è un onore”
Il primo errore che non andrebbe commesso - intendiamo da parte dei dirigenti del Pd - è quello di archiviare le considerazioni di Vincenzo De Luca, sindaco democratico di Salerno, come uno sfogo impolitico o, peggio ancora, come «volgari attacchi personali». Il secondo potrebbe essere prenderlo per uno sprovveduto. Grave. Comunista da una vita, segretario del Pci salernitano per anni (soprannome: Pol Pot), tre volte sindaco della città e nell’intermezzo deputato per due legislature, Vincenzo De Luca - 59 anni che compie oggi - sta cambiando faccia a Salerno: tanto che nell’ultimo sondaggio «Governance Poll» del Sole-24 Ore, pubblicato a gennaio, risulta essere il sindaco italiano che ha più incrementato il proprio consenso dal giorno dell’elezione.
Oggi è al 75%, con 18 punti in più rispetto a quanto ottenne il 12 giugno 2006: quando tornò sindaco guidando una lista civica alla quale si contrappose metà dei ds e l’intera Margherita… Con lui chiacchieriamo naturalmente di sicurezza: intanto perché è il ramo al quale il centrodestra ha impiccato il governo Prodi e il Pd di Veltroni, e poi perché De Luca le «ronde» («Equivoco lessicale», dice) le ha istituite otto anni fa e ha dotato i suoi vigili urbani di manganelli (che per ipocrisia ha dovuto definire negli atti amministrativi «mazzette di segnalazione notturna») nel 2006.
Settimane fa, durante uno dei «giri di controllo» che compie ogni giorno a capo di una pattuglia di vigili, una prostituta (che aveva espulso per già dieci volte) l’ha aggredito, spaccandogli gli occhiali: «E un’altra, polacca, appena ci ha visto ci ha detto: “Se solo mi toccate, prendo il miglior avvocato di Salerno e vi metto in un mare di guai”. E ha ragione: ci ridono dietro, per le nostre leggi. Siamo il Bengodi d’Europa. E noi, arroganti, supponenti e astratti, sulla sicurezza continuiamo a fare discorsi finti, per uomini finti… Finirà che affogheremo nei nostri sociologismi e nella nostra inconcludenza». E’ un discorso aspro, quello di De Luca: che intanto ha cancellato dalla città gli ambulanti abusivi extracomunitari, costruendo per loro un grande «mercato etnico»: «Dopodiché, se ne trovo qualcuno che vende sui marciapiedi, lo prendo a calci nel culo».
Ma non sono accuse, le sue: sono considerazioni, affilate come rasoi solo perché parla e ragiona alla maniera di un uomo della strada. Per esempio, mentre mostra orgoglioso il Salone dei Marmi, aula consiliare e sede delle riunioni del governo Badoglio, dice: «Lo sa qual è la tragedia? E’ che tante volte noi alla gente diamo l’impressione di ragionare più dal punto di vista del romeno che ruba che da quello del pensionato che è stato derubato. In queste faccende, per tanti miei amici e compagni la parola responsabilità non è mai esistita, è sempre colpa di qualcos’altro, del contesto, della storia, della società: e invece ci sono responsabilità personali che vanno punite, e reati che vanno repressi. Anzi: è venuta l’ora che noi si impari a dire la parola repressione con un senso d’onore».
Prende dal tavolo la prima pagina de «Il Mattino»: in città una ragazza è scampata ad una violenza all’uscita della stazione: «Io sono il sindaco: che gli vado a dire, a quel padre? Gli vado a parlare di integrazione e di solidarietà? Noi dobbiamo dire cose vere a uomini veri, non cose finte a uomini finti che immaginiamo solo noi. Ci vogliono parole serie. E verità. E’ per questo che non mi convince quello che stiamo dicendo dopo la sconfitta a Roma, e cioè che sulla sicurezza noi siamo meno credibili della destra. Noi non siamo meno credibili della destra: noi dobbiamo cominciare a dirci che non siamo credibili per niente. Perché un governo che non riesce a varare nemmeno per decreto uno straccio di provvedimento sulla sicurezza, è un governo che fa ridere: non è che è meno credibile, che è un modo per consolarsi».
Usciamo in macchina. Ora siamo in uno dei parchi della città e vediamo all’opera le «ronde». «Un’altra cazzata. Io non so se la Lega al Nord fa le ronde armate: ma credo di no, e penso che dirlo sia un tentativo di criminalizzare iniziative che i cittadini accolgono col massimo favore. Comunque, i miei sono volontari: pensionati, ex carabinieri, ex sindacalisti che vigilano sui bambini che giocano e hanno come arma un cellulare del Comune». I passanti lo salutano, gli dicono «bravo sindaco». Del resto, lo vedono spesso in giro con la sua squadra di vigili. «E sembra che a noi questo ci faccia schifo. Siamo altezzosi. Sento i miei dirigenti parlare in tv e spaccherei lo schermo. Non parlano, insegnano. Non dicono, pontificano. Sono lì tutti impettiti come se venissero dallo sbarco in Normandia: e invece veniamo da una tragedia. Uno dei nostri problemi è che abbiamo un gruppo dirigente campato in aria e totalmente sradicato dal territorio».
E l’opposizione, la destra, di fronte ad una linea di governo così? «L’esponente più a destra in consiglio comunale sono io…». E’ ipotizzabile che De Luca sappia che reazione possono determinare considerazioni così. Infatti lo sa: ma sostanzialmente se ne frega. E per una ragione bella solida: «Io non faccio opposizione a nessuno, non mi iscrivo a correnti, sto con Veltroni che ha fatto il massimo e dico queste cose perché penso che a questo punto ce le dobbiamo dire. Dopodiché me ne sto per i fatti miei e torno a fare il mio lavoro di sindaco. Però noi ci dobbiamo liberare dal complesso di superiorità che abbiamo; e dobbiamo mettere da parte una supponenza che ormai è irritante. E per parte mia, vorrei fosse chiaro, non è che chiedo i carri armati in città: un rafforzamento della presenza della polizia, più pattuglie di notte e telecamere nelle zone più a rischio, perché poi non è che la gente chissà che chieda. Magari cose normali: ma visibili. Che diano la sensazione che almeno si è capito qual è il problema, e che ce ne si occupa».
Al contrario, gli pare che si perseveri nell’errore. «Conosco Verona. Città splendida, gente che lavora dalla mattina alla sera: e noi stiamo provando a farla passare per un covo di naziskin, cercando di lucrare in maniera sbagliata su una cosa che poteva accadere anche a Firenze o a Bologna. E’ la stessa logica arcaica per la quale si pensava di vincere a Roma con l’antifascismo: cosa che ora ci dovrebbe far considerare fascisti e criminali anche le decine di migliaia di compagni che hanno votato Alemanno». E però cambiare è dura, dice De Luca mentre mostra i manganelli in dotazione ai suoi vigili. «E’ dura perché, per come la vedo io, mi faccio una domanda: quanti sono disposti, nel centrosinistra, a mettere nel loro vocabolario la parola repressione? Il salto che dobbiamo fare oggi è questo. Precisamente come fece Blair: duri col crimine e duri con le ragioni del crimine. Ma appunto: prima di tutto il crimine. Nell’immediato, esiste una sola risposta: la repressione. E allora diamola, questa risposta. E poi pensiamo all’integrazione, per le cui politiche - come tutti sanno, mentre raccontano favole - non c’è una lira».
Torniamo verso il municipio. Strade linde. De Luca mostra l’area sulla quale dovrebbe sorgere il termovalorizzatore: un’impresa, per la quale un supporto tecnico forte gli è stato dato da Sergio Chiamparino, «ottimo sindaco e persona concreta». Dice: «Anche lui ha avuto i suoi guai quando ha preso iniziative sul terreno della legalità, perché è come se ci vergognassimo, come se dare sicurezza prima di tutto alla povera gente ci facesse sentire di destra. Sì, di destra: quando ormai gli steccati non esistono più. Le differenze non sono ideologiche, e non sono per l’eternità: oggi per me di sinistra è solo difendere il primato dei diritti universali, volere una sanità e una scuola pubblica, garantire il diritto alla mobilità di cittadini e merci. Sul resto, basta ideologismi. E vorrei che quelli come me accettassero il fatto, finalmente, che il mondo di cui siamo figli non esiste più».
Federico Geremicca
Un’intervista a Gian Antonio Stella
Maggio 8, 2008Ecco un’interessante intervista fatta a Gian Antonio Stella, il noto giornalista autore de La Casta, insieme a Sergio Rizzo, e di un nuovo libro dal titolo La deriva: perché l’Italia rischia il naufragio.
Pubblicato da romina2007