Mascherarsi per vivere

“Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile”
(t
ratto da “Uno, Nessuno, Centomila” di Luigi Pirandello)

Dal punto di vista psicologico, la maschera rappresenta un meccanismo di difesa, un imprinting che si innesca rispetto ad una situazione di malessere significativo, avvenuto in tenera età, da cui si origina un vissuto di ferita emotiva profonda. In tal senso, la maschera si delinea come la modalità che il bambino ha trovato a suo tempo, per sopravvivere nel modo più funzionale alla ferita e tollerare meglio il “bisogno negato”.

Ciascuno di noi possiede, in qualche modo e in svariate forme, bisogni “spezzati”, “interrotti” che non hanno trovato soddisfacimento funzionale e che, in maniera sotterranea, continuano a condizionare la nostra vita. Queste ferite, e le conseguenti maschere, si interiorizzano a partire dalle prime relazioni d’attaccamento che il bambino sperimenta, solitamente i genitori, che contribuiscono, in modo inconsapevole, ad alimentare tali processi, in quanto molto spesso loro stessi sono stati oggetto di tali dinamiche nella loro infanzia, e le ripropongono automaticamente a livello inconscio.

maschere-la-stanzaDunque, la maschera costituisce la parte più strutturante della personalità, una sorta di filtro tra il proprio mondo intrapsichico e il mondo esterno, ovvero il contesto interpersonale e sociale, e si traduce in espressioni del pensiero, del corpo, dell’affettività, del linguaggio e del comportamento. Ciascuno di noi può avvalersi di più maschere, anche se in genere, ne prevale una in modo più predominante rispetto alle altre, e in particolare emergono in modo più incisivo quando si sente di dover celare aspetti di sé che la persona o il contesto ritengono inadeguati o non accettabili, orientando così anche le scelte su ciò che si ritiene di poter o non poter mostrare, di dover o non dover mascherare.

Nello specifico, le maschere più note sono:

  • La maschera del fuggitivo, che ha origine dalla ferita del rifiuto;
  • La maschera del dipendente, associata alla ferita dell’abbandono;
  • La maschera del masochista, che scaturisce dalla ferita dell’umiliazione;
  • La maschera del controllo, che nasce dalla ferita del tradimento;
  • La maschera del rigido, corrispondente alla ferita dell’ingiustizia.

Le maschere vanno “in scena” ogni qualvolta vi sia un’interazione, una relazione, per cui impediscono alla persona di mostrarsi per come è veramente, di essere semplicemente “se stessa”. Tale rinuncia è spesso alla base di molte problematiche di natura psicologica, proprio in virtù del fatto che comporta una riduzione del repertorio delle espressioni del proprio essere, una sorta di censura alla propria autenticità.

A questo punto sorge spontaneo un interrogativo, ovvero come liberarsi da queste maschere? Secondo la teoria paradossale del cambiamento, il vero cambiamento avviene quando la persona diventa ciò che realmente è – se stessa – , divenendo cosciente di sé e dei propri bisogni. Occorre, dunque, uscire fuori dal “copione” in cui si è imbrigliati, costituito da maschere e personaggi che non ci appartengono, e ciò può essere reso possibile solo mediante un processo di consapevolezza che conduce alla scoperta del vero Sé.

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Divenire consapevoli di sé e del proprio valore può tradursi nell’ascolto emotivo di se stessi, in modo da discernere i bisogni che nel tempo abbiamo assunto come nostri, ma che con molta probabilità non ci appartengono, ma rispondono ad esigenze esterne da noi. Infatti accade spesso che si confondano i propri bisogni, le proprie priorità con quelle altrui, facendo prevalere quest’ultime. In particolare, personalità scarsamente strutturate più che vivere in funzione di ciò che sentono e pensano loro stessi, preferiscono (intenzionalmente o in modo del tutto inconscio) sistematicamente appoggiarsi a valori, modi di sentire e di comportarsi propri delle persone per loro significative, rinunciando così a tenersi presenti nel proprio valore nella quotidianità e nelle relazioni.

Finché si mettono in atto automaticamente e inconsapevolmente tali meccanismi, avvalendosi appunto di una “maschera”, si disconosce il senso e l’importanza di una propria identità, unica e irripetibile. L’autoconsapevolezza consente in tal modo di riappropriarsi del senso di sé, orientando il proprio modo di stare al mondo, le proprie scelte, e nuove modalità di percepire in maniera autentica, liberi da “corazze”, “trame” già preconfezionate e dettate da un’eredità emotiva intrapsichica e interpersonale. Ciò equivale a rispettarsi profondamente a partire da se stessi, ad avere la capacità di mostrarsi per quello che si è, senza riserve, senza filtri, senza “gabbie”, senza timore del giudizio sociale.

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Per cui, andate incontro al vostro cambiamento: per questo Carnevale, andate controcorrente, e fatevi un dono prezioso: smascheratevi e diventate ciò che semplicemente siete!

Maria Grazia Formisano

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