Cindy Sherman e Yasumasa Morimura: Mascherarsi per fotografare la realtà

Carnevale è per molti l’occasione per mascherarsi, giocare con costumi e trucchi, provare a interpretare ciò che si vorrebbe essere o non si osa essere, un modo per esorcizzare paure e desideri. Lo stesso volto con cui si nasce non è che una maschera, e non è detto che sia quella che ci assomiglia di più. Alcuni artisti hanno scelto il travestimento come loro mezzo d’espressione, diventando costantemente una persona diversa. È il caso in cui la maschera, più che celare, rivela la verità umana. Tra questi artisti ne ho scelti due: Cindy Sherman (1954) e Yasumasa Morimura (1951).

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La prima volta che vidi un’opera di Cindy Sherman non conoscevo ancora l’artista e la prima sensazione fu di straniamento, era chiaro che c’era qualcosa di incongruo in quel volto, in cui i confini tra il corpo e la maschera erano labili.

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Cindy Sherman è, secondo ArtReview, al settimo posto tra gli artisti più influenti del pianeta. A partire dagli anni ’70 inizia a fotografare se stessa che interpreta altri personaggi. Nella serie Bus Riders (1976-2000) sono persone studiate sui pullman, negli Untitled Still Movies (1977-80) si ritrae negli abiti e modi delle attrici dei B-movie noir, in Centerfold (1981) mette in scena stati d’animo attraverso la costruzione d’immagini destinate a una rivista erotica. Negli anni ’80 passa al colore e al grande formato, concentrandosi di più sulla luce e le espressioni facciali. Di ogni scatto Sherman è regista totale, è fotografa, modella, truccatrice, parrucchiera, costumista, si occupa delle luci e degli arredi.

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Nei personaggi ritratti si svolge o si è svolto spesso un dramma, o un avvenimento che si può solo immaginare o indovinare. Per poterlo esprimere la Sherman cerca di sentire quello che sente il personaggio che sta interpretando. In questo modo il suo lavoro si avvicina anche alla recitazione. Nonostante questo coinvolgimento quasi totale, Sherman non considera i suoi lavori come autoritratti. Così come non si considera femminista, nonostante le sue foto ritraggano il più delle volte donne e mettano in luce stereotipi femminili o situazioni in cui la donna appare come possibile vittima.

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Sono degli anni ’90 le serie Sex Pictures – in cui la Sherman si allontana dall’obbiettivo, fotografando manichini e arti prostetici, Public Society in cui interpreta donne di una certa età dell’alta società che lottano con gli attuali standard di bellezza, e History Portraits sui rapporti tra pittore e modella, prendendo in prestito diversi periodi storici dell’arte.

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Il lavoro della Sherman indaga l’identità, i ruoli sociali, l’immaginario femminile, la sessualità e l’artificio della fotografia, interpretando in chiave grottesca e provocatoria la nostra cultura e immaginario visivi. I suoi soggetti, presi in prestito dalla realtà o inventati, aprono una dimensione intima e universale allo stesso tempo.

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Anche Yasumasa Morimura, attivo da decenni e celebre sulla scena internazionale, mette in scena e fotografa se stesso riproducendo icone della storia dell’arte e della cultura popolare. Se l’interesse della Sherman parte da situazioni intime e spesso anonime, quello che interessa a Morimura è più il valore delle trasformazioni sociali, politiche e culturali, in particolare in seguito all’introduzione in Giappone del mondo occidentale. I personaggi da lui ritratti sono infatti tutti occidentali, da Frida Kahlo a Che Guevara, dalle opere di Manet alle fotografie di Duchamp. Trattandosi di immagini celebri, facilmente riconoscibili da tutti, nel caso di Morimura la sensazione di straniamento è aumentata dalla sua fisionomia giapponese e maschile, che sottolinea –capovolgendolo– il disagio della società giapponese nell’aver subito la cultura occidentale.

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Morimura condivide con la Sherman una cura estrema per il dettaglio, la ricerca personale di costumi e oggetti, e un procedimento creativo simile al lavoro teatrale per cui l’artista diventa l’altro e entra nel personaggio che vuole rappresentare. Allo stesso tempo però non c’è piena identificazione, ma il riproporsi di sé in un altro. La maschera si conferma come un mezzo per rivelarsi. Lo straniamento ci riporta a quello che siamo abituati a vedere nell’immagine originale, e quindi a evidenziare le differenze e incongruenze. Avrebbero meno valore quelle opere, quegli artisti, se sovrapponessimo all’origine i nuovi elementi che Morimura mette in gioco?

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Il lavoro di Morimura pone anche domande che riguardano i generi sessuali e l’appropriazione di opere d’arte storiche. Il suo sguardo è sempre diretto verso di noi e sembra conoscere le domande che ci facciamo quando vediamo che al posto di una donna dalla pelle bianchissima, sul letto di Manet è sdraiato un uomo orientale.

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Elisabetta Scantamburlo

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